Alla riscoperta di Phang Nga Bay

Se dico “Phang Nga”, cosa vi viene in mente?

Alla maggior parte di voi, probabilmente niente. Solo una parola strana che, magari, neanche si sa pronunciare correttamente o che forse non avete neanche mai sentito nominare. A qualcuno potrebbe far venire in mente qualche cosa, magari agli appassionati dei film di James Bond, o a chi è già stato in passato in Thailandia o, forse, ma questi credo siano veramente pochi, a quanti di voi abbiano letto un mio vecchio testo che potrete trovare qui.

Phang Nga è il nome di una provincia nel sud della Thailandia che si affaccia da un lato sull’Oceano Indiano e dall’altra nel mare delle Andamane. È il nome di una città, il nome del capoluogo della provincia di cui sopra ed è, sopratutto, il nome di una baia che ha acquisito una grossa fetta di notorietà, oltre che per la sua indiscutibile bellezza, per un ben noto film della serie di 007 con Roger Moore nei panni di James Bond, Britt Ekland in qualità della Bond Girl di turno e Christopher Lee che, smessi i panni del conte Dracula indossa quelli dell’antagonista dell’agente segreto.

È bella la provincia di Phang Nga, bella e con una sua diversità sorprendente. Sotto la sua amministrazione troviamo isole di incanto come l’arcipelago delle Similan o quello delle Surin, parchi nazionali la cui natura lascia senza fiato come il parco di Khao Sok. Set naturali di film holiwoodiani, non solo quello già citato, ambientati nelle acque della sua baia dove spuntano centinaia di isole ad arricchire un panorama già di per se stupendo.

L’iconica roccia dell’isola di James Bond – Image by Guglielmo

Alcuni posti li andremo a visitare nuovamente al più presto, ma altri, quelli di cui parleremo in queste righe, li abbiamo visitati, rivisitati e rivisitati ancora, perché hanno una loro bellezza intrinseca che ci affascina nonostante la modernizzazione e i cambiamenti che inevitabilmente si verificano ma che, in qualche modo, non mi pare intacchino quell’aura che sembra circondarli. Prendiamo il caso di Khao Phing Kan, l’isola di James Bond appunto, che nonostante il “progresso” portato da una decina di bancarelle che commerciano in inutili souvenirs mantiene, per chi lo vuole vedere a tutti i costi, quel fascino romantico legato alla pellicola di Bond. Quell’isola, sfondo di un aliante che si avvicina, che si vede chiaramente che è ancora vergine ed inesplorata come le altre decine che la circondano.

Fermo immagine dal film – il duello – Image by Guglielmo

La scelta di Khao Phing Kan come set per “L’uomo con la pistola d’oro” è stato il risultato degli sforzi dei produttori nell’esplorare quelle località in Thailandia che avrebbero potuto rappresentare il rifugio del cattivo del film, Francisco Scaramanga.

Il team, composto tra l’altro dal produttore Albert R. Broccoli e dal regista Guy Hamilton, avrebbe infatti trascorso diverse settimane viaggiando lungo tutto il paese, esplorando varie isole e zone costiere, accompagnato da guide locali.

La scelta dell’isola fu, a quanto sembra, del tutto casuale.

Quando, durante il loro girovagare, la squadra arrivò nei pressi di Khao Phing Kan, furono colpiti dalla bellezza unica, dall’aspetto drammatico dell’isola e dalle formazioni calcaree circostanti. Hamilton si entusiasmò immediatamente per la formazione rocciosa a forma di fungo che emergeva dall’acqua e decise immediatamente che quella sarebbe stata la location perfetta per le scene che lui immaginava per il suo film.

Vero o falso che fosse quest’aneddoto, la formazione rocciosa divenne un’icona cinematografica e l’isola vide crescere la sua popolarità al punto di essere ribattezzata, in suo onore, col nome del famoso agente segreto.

Artigianato locale a Koh Pan Yee – Image by Guglielmo

Da allora, l’isola è diventata una meta turistica popolare in Thailandia, attirando visitatori da tutto il mondo. Con il turismo sono arrivate decine di bancarelle che hanno avuto il solo lato positivo di dare un po’ di ricchezza in più agli abitanti dei villaggi circostanti.

Roger Moore ci è tornato, evidentemente quel posto doveva essergli piaciuto. È tornato nel 1995, all’età di 68 anni, per girare una parte nel primo film diretto da Jean-Claude Van Damme: “La Prova”. Un film tutto calci e pugni in cui mi sono trovato a fare la comparsa.

Si, la crescita del turismo in questa zona ha portato, inevitabilmente, ad una forma di progresso che ha modificato le abitudini e i modi di vivere dei suoi abitanti. Torna così spontaneo l’eterno quesito che contrappone ai vantaggi del turismo e all’adeguarsi ad uno stile di vita più moderno e ovviamente fatto di maggiori comodità, il mantenimento delle vecchie tradizioni; alle esigenze dei giovani che vogliono cavalcare l’onda della potenziale crescita economica, quelle dei più anziani che forse vorrebbero continuare a vivere alla loro cara e vecchia maniera.

Queste ed altre cose simili mi domandavo mentre passeggiavo lungo i vicoli e fra le palafitte di Koh Pan Yee, fra bancarelle talvolta fatiscenti e nuovi caffè “fotogenici”, fra vecchiette musulmane coperte dal tradizionale velo e giovani cameriere con le loro uniformi, i vestiti attillati e il capo spesso scoperto, fra il vecchio e il nuovo di quest’isola che subisce le sue mutazioni. Come un bruco che diventa farfalla.

La vecchia scuola è stata ripulita e ripittata, ma a breve distanza sorge la scuola Islamica, una costruzione nuova che, durante i sabati e le domeniche, insegna il Sacro Corano ai giovani studenti. Il vecchio campetto di calcio galleggiante, fatto di assi e chiodi, così romanticamente rappresentato in una pubblicità di una banca che raccontava una storia di amicizia, sport e solidarietà fra gli abitanti, già da tempo era stato sostituito da un campo composto da cubi galleggianti collegati fra loro a formare il rettangolo di gioco dove per prima cosa si sono tirati un paio di calci a quanto di poetico ci fosse stato in quel passato recente.

Uno dei tanti ristoranti dove si fermano a mangiare i gruppi di escursionisti – – Image by Guglielmo

I ristoranti che affacciano su un lato del villaggio di palafitte, pronti ad accogliere le centinaia di persone che, giornalmente, barche di legno e motoscafi vomitano sull’isola, ci sono sempre stati. Con gli anni si sono ammodernati e abbelliti ma sono stati presenti fin dalla prima volta che ho messo piede a Koh Pan Yee.

Anche i negozietti e le bancarelle ci sono da sempre, vendono di tutto, dalle perle, ai magneti, alla frutta. Ma mettono un po’ di tristezza le vecchierelle al banco che cercano di attirarti, mormorando sommessamente “shopping?”

Non ho trovato una risposta alle mie domande. Non saprei dire se sia giusto che il mondo vada a passo di corsa verso una globalizzazione spietata che, se da un lato offre innegabili benefici, dall’altro mortifica gli animi con cambiamenti oramai così rapidi che le generazioni più attempate fanno fatica a starne al passo. Ed è così che il contrasto fra la giovane proprietaria rampante di uno dei ristoranti dell’isola, con il suo dinamismo e la sua sicurezza, e la vecchia musulmana che sembra vendere i suoi oggetti oramai quasi per forza di inerzia, ai miei occhi appare stridente.

Sarà forse perchè mi sento più vicino alle vecchine dell’isola, se non altro per ragioni d’età.

Un Krachang ovvero una zaona di mare recintata dove allevare pesci – Image by Guglielmo

Certo a Koh Pan Yee il cambiamento sembra essere ancora lento, certi usi e certi costumi sembrano ancora abbastanza duri a morire e, secondo me, questo è un bene. Perché in fondo, raccontare al mondo quello che si è stati e quello per cui si è vissuto, mostrare la strada che si è percorsa nel corso dei decenni, l’aver trovato riparo dopo giorni infiniti di navigazione dalla lontana Giava all’ombra di quella roccia gigantesca che ha offerto riparo a generazioni di pescatori, per usare una metafora, quel passaggio da un campetto di calcio fatto di assi di legno ad uno più moderno, dove il pallone casca in acqua lo stesso, ma almeno non rischi di prendere il tetano correndo su chiodi sporgenti, è un patrimonio culturale che nessun progresso e nessuna globalizzazione dovrebbe avere il diritto di cancellare.

È bello, quindi, continuare a vedere pescatori che riparano le reti, uccelli da competizione nelle loro gabbie di legno in attesa di cimentarsi nelle loro gare canore, le scarpe modeste ammucchiate fuori dalla moschea e i bambini che corrono e giocano insieme in quest’isola dove, mi piace pensare, quando i visitatori se ne vanno il tempo torna a rallentare.

Alla fine mi resta il dubbio sul bruco che diventa farfalla, così penso a Lao Tzu, un filosofo e scrittore cinese del VI secolo a.C., e alla sua frase: “Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”.

Fa riflettere, vero? Tanto più se pensiamo che il vecchio bruco, non è poi così brutto.

Sarà forse perché col passare degli anni mi sento più vicino al bruco.

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